LEI

Questo è il racconto di una storia d’amore che esiste solo nella mia testa, Lei non ne sa nulla.

Così l’ho scritto, perché Lei lo potesse leggere e sorridere.

Lei sei tu.

Eccola

La vidi in un bar, dove non ero mai stato e mi collegai, non so come, a Lei soltanto guardandola per pochi istanti.

Il portamento era di una regina, l’abbigliamento sobrio, sportivo ma elegante.

S’intuiva che i capelli, seppur raccolti accuratamente, fossero quelli di una selvaggia.

Il fisico era… Pentesilea, il viso… Cleopatra.

Pagò il suo caffè e uscì; io rimasi nel bar un po’ stordito a mormorare tra me e me: “Porca puttana, ma quanto è figa?”, con l’espressione che ti si dipinge sul viso quando ti trovi improvvisamente davanti a qualcosa di enorme e fai fatica a crederci.

“Porca puttana”, ripetevo mentre tornavo alla macchina, “Porca puttana”, a ora di pranzo.

“Porca puttana”, mi dissi ancora una volta quando la sera mi coricai.

Dal giorno successivo, quello diventò il bar dove far colazione ogni mattina, sempre nella fascia oraria nella quale l’avevo incontrata.

Il posto mi tornava abbastanza scomodo: vie strette, lavori in corso, parcheggi a pagamento; ma tutto ciò non era di alcuna importanza.

Possiedo una naturale timidezza che ho sempre combattuto con forza, comprendendo che, altrimenti, sarebbe sempre stata un mio grosso limite.

In quel periodo, mi trovavo in un momento della vita in cui, per usare un eufemismo, non proprio tutti i giorni mi sentivo il Re di me stesso, come invece dovrebbe essere.

La rividi alcune volte, la guardavo senza che se ne accorgesse.

All’inizio non avevo capito quanto mi piacesse ed entravo nel bar sperando di incontrarla per costatare che “tutto sommato non era poi questo gran che”. Invece ogni volta che la vedevo, mi sembrava sempre più bella.

In un paio di occasioni, come un fottuto maniaco, uscii dal bar prima di Lei per sedermi in macchina aspettando la sua uscita, solo per il gusto di guardarla camminare.

Avevo cominciato a scambiare un saluto con altri clienti del bar che conoscevo di vista o che comunque incrociavo quasi tutte le mattine e così, un giorno, lo rivolsi anche a Lei.

Mi guardò e rispose “Ciao”, sorridendo.

Capii di essere istantaneamente precipitato nell’invisibile rete della sua energia, rispondendo al sorriso con un’espressione probabilmente inebetita.

Nei giorni successivi il saluto divenne un’abitudine, era diventato uno dei motivi per cui alzarmi presto, anche quando non dovevo portare i figli a scuola; l’occasione per andare in città ogni mattina, anche quando non avevo nulla da fare e avrei potuto lavorare tranquillamente da casa.

Durante il fine settimana, mi scoprivo a volte ad aspettare con trepidazione l’arrivo del lunedì. Manco fossi un parrucchiere.

Quando Lei c’era, andavo a salutarla, anche se si stava facendo i fatti suoi al cellulare o se stava leggendo. Mi rispondeva sempre con garbo. Quando, certe mattine, non la vedevo, un po’ mi dispiaceva.

Avevo cominciato a pensare a quale potesse essere il suo nome e di che cosa si occupasse.

Una vocetta con tono giudicante dentro di me diceva: “Forse sarà il caso di chiederglielo che dici?”, aggiungendo, “Oppure te la fai sotto?”

“Sì”, rispondeva un’altra delle mie voci, “Hai indovinato, me la faccio sotto.”

Eppure quando vent’anni fa andavo per locali, attaccavo discorso decine di volte in una serata; oserei dire che non facevo altro: musica e ballo non li calcolavo neppure.

Com’è possibile che ora non riesca a trovare nemmeno il coraggio di domandarle semplicemente il nome?

La solita voce mi rispondeva: “Beh lo sai il perché…perché è Lei.”

Chiuso per ferie

Una mattina trovai la serranda del bar abbassata ed un cartello che indicava la chiusura per tutta la settimana. Non l’avrei vista per dieci giorni consecutivi. Mannaggia.

Quella settimana provai, un paio di volte, ad andare a prendere un caffè in qualche bar nelle vicinanze di quello chiuso, sperando di incontrarla casualmente, ma senza esito.

“Che sto facendo?”, mi domandavo ogni tanto. “Mah… Devi essere impazzito”, rispondeva una delle voci.

Il lunedì successivo, alla riapertura del nostro bar (Oddio ho detto “nostro”), mi ripresentai carico e pimpante, come se stessi andando a Los Angeles a ritirare l’Oscar.

La prolungata lontananza aveva accresciuto il desiderio e mi ero ripromesso di trovare il coraggio per rivolgerle la parola, al di là del solito “Ciao”.

Prima di entrare mi ripetei, guardandomi nello specchietto retrovisore della macchina: “Assolutamente sì, stavolta lo faccio”.
Quel lunedì nel bar Lei non venne, neanche il giorno dopo e nemmeno quello ancora seguente. Si arrivò a giovedì e Lei non si era vista.

Cominciai a pensare che avesse cambiato bar, o lavoro, o città.

“Sono un coglione, adesso come faccio che non so nemmeno come si chiama?”

“Dovevi deciderti prima!” aggiunse una voce giudicante che, guarda caso, mi pareva ricordasse vagamente quella di mio padre.

Il venerdì però, entrando nel bar, la trovai lì.

Euforia

L’emozione mi fece un po’ perdere il controllo, ma potremmo anche dire che suonò la sveglia.

Sovreccitato dallo scampato pericolo di averla persa di vista per sempre, andai dritto verso Lei senza alcun freno inibitore, rivolgendole delle parole che, soltanto una settimana prima, non avrei mai immaginato di poter pronunciare: ………..

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