La cerimonia dell’Umbandaime

Vi racconto la mia incredibile esperienza con le piante di medicina della foresta amazzonica

Non la dimenticherò mai: una delle feste più belle ed emozionanti alle quali io abbia mai partecipato nella mia vita, cominciata alle nove della sera e conclusasi alle sette del mattino seguente; ecco come è andata.

Mi trovo in uno splendido tempio di un antico castello nell’Italia centrale, adornato da icone e  simbologie sacre di ogni genere, che spaziano dal Buddha a Gesù, da Shiva a Shakti, dagli Orishà a Mikao Usui.

Siamo circa una quarantina di persone, dai 25 ai 60 anni, tutte di bianco vestite. I maestri e le maestre di reiki, circa una dozzina di noi, si apprestano ad allietare la serata con i canti sacri dell’amazzonia dedicati agli Orishà; due chitarre, un flauto, le maracas e i tamburi sono l’accompagnamento musicale.

Il fulcro della cerimonia consiste nella somministrazione delle piante di medicina del culto amazzonico dell’ Umbandaime, il cui duplice potere risiede nel purgare ciò che di insano è contenuto dentro ciascuno di noi, e nel contattare le forze divine della natura alle quali si viene “connessi” in uno stato di estasi che tuttavia permette il controllo del proprio corpo. Relativamente a questo tipo di esperienze pare che sia ormai pieno di gente che le propone in ogni dove, e bisogna fare attenzione nel distinguere chi pratica i rituali con sacralità e competenza da quelli che cercano “lo sballo” che va di moda adesso.

Non corro questo rischio: frequento questo posto da circa sei anni, durante i quali, attraverso un percorso esperienziale, ho espulso non senza dolore una buona parte di quei malesseri che a volte per anni ci si porta dentro cercando di far finta di niente, quali ad esempio il senso di inadeguatezza, la paura di non essere amati, il desiderio di avere il controllo su tutto, il proiettare sugli altri le proprie frustrazioni, la paura delle solitudine, il desiderio di dimostrare gli altri quanto si è bravi per ricevere attenzione, le paure della malattia e della morte.

In sostanza ciò che più o meno possiamo trovare in un depresso, in uno schizoide, o in un ossessivo-compulsivo.

Sono stato opportunamente avvisato del fatto che la cerimonia, per avere un senso, deve essere consapevolmente vissuta con un intento ben preciso, e così le parole che ho impresso dentro di me prima dell’ingresso nel tempio sono state: fiducia e gioia. Non sono ammesse al rituale persone sconosciute, che non abbiano già frequentato almeno un seminario della scuola olistica.

L’ inizio

Siamo seduti su cuscini e materassini disposti in due cerchi concentrici, tra i quali sono collocati numerosi secchielli bianchi rivestiti internamente da sacchetti di plastica anch’essi bianchi ove poter vomitare.  Il Maestro di cerimonia dice giusto due parole di introduzione e di augurio, elencando le tappe della serata:

  • Canto introduttivo

  • Prima toma di ayahuasca che connette alle energie maschili

  • Canti e musiche cerimoniali per l’invocazione degli Orishà maschili.

  • Esercizio di meditazione

  • Canti e musiche di celebrazione

  • Cerimonia di somministrazione del Rapè

  • Canti e musiche di celebrazione

  • Seconda toma di ayahuasca legata alle energie femminili

  • Somministrazione della medicina del Sananga

  • Meditazione

  • Canti e musiche di celebrazione dedicati agli Orishà femminili.

  • Canti e ballo conclusivo in cerchio

Ayahuasca ( o Daime)

Contiene armalina, un alcaloide estratto dalla liana, e DMT, una sostanza naturalmente presente anche nella nostra ghiandola pineale, chiamata anche la «molecola spirituale», ossia la base biologica delle esperienze spirituali che talvolta accadono spontaneamente nella vita di un essere umano, come ad esempio quelle descritte dai mistici di ogni epoca.

Questa sostanza non è perciò classificabile come “narcotico”, risultando perfettamente legale. Suppongo che i governi, i quali immagino abbiano tutto l’interesse a farci “volare basso”, stiano già studiando il modo per tentare di bloccare la diffusione di questi rituali.

Secondo Wikipedia per qualcuno questa sostanza ha effetti allucinogeni a livello principalmente visivo pur mantenendo lucidi gli altri sensi, per altri invece provoca solo nausea, malessere e stordimento. Effettivamente nessuna delle due teorie è sbagliata: direi che dipende da come sei in grado di vivertela tu in quel momento.

A volte la medicina ti prende su frequenze basse a livello intestinale, se ti trovi in uno stato di frequenza più alto fa volare la mente sulla sfera divina.

In entrambi i casi il Daime fa sempre il suo dovere: ti purga quando c’è da purgare, ti celebra quando c’è da celebrare. Esattamente come la Vita.

La mia precedente esperienza con l’ ayahuasca l’avevo vissuta piuttosto male, non avevo vomitato ma ero rimasto tutto il tempo con il “freno a mano tirato”, permettendo al cervello di tenere il controllo di tutto.

Bloccato dalla paura di affrontare qualcuno dei miei mostri, ero rimasto per tutto il tempo aggrappato alla mente razionale e la sostanza non mi aveva quindi prodotto nessun particolare effetto.

Questa volta mi trovo in uno stato d’animo diverso e, decidendo di affidarmi, bevo il bicchierino da “chupito” riempito con un liquido nero dal sapore simile ad un amaro d’erbe, ripetendo mentalmente due parole: fiducia e gioia.

Il viaggio nell’Ayahuasca

Seduto a gambe incrociate, nella posizione del Padmasana, cerco di rilassarmi al massimo nell’attesa di percepire la medicina,  invece comincio a preoccuparmi un po’: il leggero movimento di stomaco che avevo avvertito prima dell’inizio della cerimonia sembra amplificarsi.

La vocetta antipatica della mente mi dice: “ecco, magari non vomiti ma magari va a finire che ti cachi addosso qua davanti a tutti. E sei pure vestito di bianco.” Le dico di tacere.

L’ ayahuasca ci mette quasi un’ora per manifestarsi completamente e quindi, sentendomi ancora ben fermo sulle gambe, vado ai bagni per vedere se ho qualcosa da “lasciare andare”. Nulla.

Vabbè, non voglio preoccuparmi di questa cosa, rientro nel tempio spegnendo la mente e stavolta, nel giro di qualche minuto, seduto ad occhi chiusi mi lascio coinvolgere dalla musica e dai canti, ricevendone sensazioni incredibili.

Ora è come se dentro il mio torace ci fosse disegnato un pentagramma. Sento le note alte risuonare una ad una all’altezza dal mio petto, come se queste, anziché provenire dagli strumenti musicali, nascessero direttamente da dentro. Le note basse invece mi rimbombano più in giù, vicino allo stomaco. Nelle rapide variazioni di tono della melodia, le note, prese nel loro insieme, generano un flusso d’onda che mi culla e che mi fa oscillare beato a destra e a sinistra in un movimento involontario quanto il battito del cuore.

Un pensiero arriva chiaro ed improvviso come un lampo di luce:

Io sono la musica.

Non la sto solamente ascoltando.

SONO la musica.

E’ meraviglioso.

Questo pensiero mi fa gioire a lungo, fino a quando la musica cessa. Credo di avere stampato sul viso un sorriso ebete talmente grande da andare da un orecchio all’altro. Il tempo è passato e siamo nella fase di picco dell’effetto del Daime.  Alcune persone sono già sdraiate a terra, forse dormono, altre cominciano a vomitare. Ho ancora un certo movimento allo stomaco che mi infastidisce un po’, speriamo bene. “Fiducia e gioia” ripeto mentalmente ancora una volta, sforzandomi di restare con la schiena ben dritta.

Il cerimoniere annuncia:

“Iniziamo ora l’esercizio che consiste nel controllo  della forza.”

Per alcuni istanti mi aspetto che prosegua nella spiegazione, poi capisco che non aggiungerà altre parole. Non ci sono tecniche né meditazioni guidate, ci sono soltanto io con questa enorme forza che sento vibrare dentro di me.

Solo adesso mi rendo pienamente conto di quanto è grande. Mi ritrovo solo con questa energia che definirei “non di questo mondo”, che ondeggia dentro di me, che può rovesciarmi da un momento all’altro, che può scaraventarmi in un istante all’inferno o in paradiso.

Avverto un leggero formicolio al polso sinistro.

La mente comincia a vagare e il mio pensiero va a “Guerre Stellari”, a quei tizi che generavano globi di scintille azzurre dalle mani; mi sento come fossi in grado di farlo.

La schiena è dritta, i miei occhi chiusi cominciano a visualizzare una specie di ragnatela verde, fatta di piccoli pixel; mi sembra di guardare in uno di quei monitor anni 80, tutti neri con il testo a led verdi. A distanza di giorni mi ricorderò poi che un immagine di questo tipo vi é all’inizio del film Matrix.

Ecco che compaiono due braccia meccaniche oscillanti a bilanciere: ora sono dentro un grande orologio, ne vedo gli ingranaggi ed i meccanismi. Si alternano immagini di vario genere che ora non sono in grado di ricordare.

Poi finisco su pensieri bui: cammino su una passerella, sotto di me c’è una specie di inferno dove una fila di lupi neri con i denti aguzzi mi guardano ringhiando. Lo stomaco comincia a muoversi in maniera più decisa, aprendo per un attimo gli occhi riesco ad accorgermi che la faccenda sta prendendo una brutta piega, la medicina mi sta risucchiando giù, la testa mi gira. Mi rendo conto che la schiena e la testa si sono incurvate in avanti e mi sto richiudendo a riccio su me stesso.

Fortunatamente riesco a ricordare la raccomandazione del maestro di cerimonia: schiena dritta!

Mi ricompongo, e subito accade qualcosa di sorprendente: realizzo che questa medicina, questa energia che sta vorticosamente girando dentro di me, non è un qualcosa di esterno, ma sono io. Esattamente come ero io la musica.

Sono io che ne ho il controllo perché questa energia è parte di me, perché tutto è collegato con “il tutto”.

All’attivarsi di questo pensiero, il flusso di energia esplode verso l’alto aprendosi sopra alla mia testa come mille petali di fiore. Mi godo per un po’ di tempo il piacere di sentirmi Uno con il tutto; non è una cosa che mi capita proprio tutti i giorni.

Ora mi trovo a ballare e a cantare in mezzo al tempio con i miei compagni d’avventura. Quelli che non sono rimasti stesi a terra celebrano lo stato di grazia, ma vi sono anche diversi di quelli che, dopo essersi “alleggeriti”, si ridestano con un nuovo desiderio di proseguire il viaggio.

Il rapè

E’ una miscela composta da tabacco e da cenere ottenuta con foglie e corteccia, nel nostro caso di quercia. Viene filtrata fino a diventare finissima per poi essere insufflata  per mezzo di un attrezzo costruito con piccole canne di bambù chiamato tepee. Una persona appoggia un’estremità alla base della propria narice, dopo averla riempita con un po’ di rapè, l’altra persona, soffiando dall’estremità opposta, fa partire la miscela come un proiettile dentro al naso; per intenderci questa operazione mi ricorda un po’ la pallina di carta sparata con la penna Bic a scuola.

Anche il tabacco, nella cultura amazzonica e non solo, è da sempre considerato una pianta sacra in grado di aprire un canale di comunicazione con il divino. La cultura occidentale che ha massacrato questi popoli si è appropriata delle usanze legate a queste piante sacre, come è avvenuto anche con il caffè, snaturandone dalla loro essenza cerimoniale per ridurle a banale vizio, scevro da qualsiasi parvenza di sacralità.

Il tabacco, considerato dannoso dalla gola in giù, ha invece il potere di agire in maniera benefica sul terzo occhio, andando a ripulirlo dalle ombre generate dal velo di Maya descritto da Schopenhauer.

Anche il rapè ha dunque questo duplice effetto di pulizia e di apertura a nuova forza.

Per evitare di vomitare istantaneamente, quando viene insufflato bisogna trattenere il respiro, tenendo chiusa la glottide, per poi proseguire respirando soltanto con la bocca fino a quando, dopo qualche minuto, ci si soffia il naso per rimuovere la mistura i cui effluvi, nel frattempo, hanno prodotto il loro dovere. La modalità di assunzione del rapé è per me più invasiva e complessa, e me la vivo sempre con un po’ di tensione.

Quando l’effetto del daime si affievolisce, il rapè porta nuova energia, di tipo diverso; mi verrebbe da dire che dalla modalità introspettiva si passa ad una frequenza più adatta al ballo e alla manifestazione di allegria.

Dopo aver soffiato il naso, le meravigliose musiche tribali mi richiamano al movimento; ancora una volta mi accorgo che non sono io a ballare, ma è la musica che sta ballando me; sto lasciando gestire i miei movimenti a qualcosa che di certo non risiede nell’emisfero sinistro del mio cervello.

Mi muovo lento e ondeggiante come in una specie di danza del ventre.

Non riesco a smettere di sorridere, di sentirmi felice, di sentirmi vivo, di sentirmi bello, di sentirmi sano, di sentirmi forte.

Mentre sono in volo, la mia vocetta razionale del giudice interiore prova a spararmi qualche fucilata per abbattermi, sussurrando cose del tipo: ”Ma che fai, ma chi ti credi di essere”, ma schivo le sue pallottole e le mostro il dito medio.

Mi guardo attorno, vedo che a ballare per la maggior parte sono donne, tutte bellissime, sorridenti nei loro vestiti bianchi, come fossero angeli. Bellissime, al di fuori della loro forma fisica e della loro età.

Poi c’è Beppe: lui in pista non manca mai. Vedo ballare gli altri uomini: qualcuno mi pare sulle mie stesse frequenze perché noto che, come me, sembra lasciarsi trasportare dal vento, altri invece vibrano su frequenze diverse e, in preda a fortissime vibrazioni si muovono freneticamente come fossero caricati a molla. Potremmo dire “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dietro ai fatti suoi”.

Seconda toma di Ayahuasca

Ci connettiamo ora alle energie femminili ed i canti invocano gli Orishà delle acque e dell’amore. Prima del secondo giro di ayahuasca riprovo ad andare in bagno. Noto con piacere che nonostante questi incredibili “sballi”, mi muovo tranquillamente, in piena coscienza e con una beatitudine che non ho mai conosciuto; d’altra parte non c’è nulla di chimico, non c’è alcool, non ci sono zuccheri, soprattutto avverto chiaramente che in quello che sto facendo non c’è nulla di “vizioso” o di “sporco”, bensì che tutto è perfettamente in armonia con la natura.

Il bagno non produce risultati e rientro nel tempio a bermi il secondo bicchierino con ancora con un po’ di bruciore allo stomaco, poi da seduto comincio a godermi tutti i canti e le musiche dedicati a Yemaja lasciandomi trasportare ancora una volta. Dopo qualche minuto un piccolo rutto mi cancella definitivamente il mal di stomaco. Evvai!

 

Sananga

Viene annunciato dalla maestra di cerimonia il momento della somministrazione, ovviamente facoltativa, del Sananga. Si tratta di un collirio di colore scuro che, nella tradizione, viene chiamato “la medicina dell’amore”. Gli effetti sono, anche in questo caso, quelli della rimozione di un velo che non ci permette la completa visione della realtà, abituati come siamo a focalizzarci totalmente sull’aspetto materiale della stessa e tralasciandone le componenti vibrazionali ed emozionali.

Viene spiegato che questo collirio provoca un forte bruciore agli occhi e che non conviene stringerli per cercare di contrastarlo, bisogna invece accoglierlo con respirazioni profonde nell’attesa di andare oltre il dolore.

Il Sananga non l’ho mai provato e mi accorgo di titubare un po’ prima di distendermi a terra con gli occhi chiusi per riceverlo ma, avendo constatato quanto tutto fosse stato magnifico fino a quel momento, decido di portare fino in fondo gli intenti espressi che mi ripeto ancora una volta: fiducia e gioia.

Mi mettono una goccia su ogni occhio e li apro. Il bruciore è fortissimo.

Nella mia testa, la vocetta del mio io razionale mi grida:

“Ma che cazzo ti è venuto in mente?!” 

Evito di gridare ed evito di stringere gli occhi, ma respiro rumorosamente ed affannosamente, passa un lunghissimo minuto e finalmente comincio ad avvertire che il bruciore si è leggermente affievolito.

Resto nel respiro… morbido… accolgo… mi arrendo… e comincio ad intravedere il soffitto in legno del tempio.

Con il passare dei secondi, alla diminuzione del dolore corrisponde la crescita di un nuovo livello di gioia interiore.

Fatico a capire da dove questa provenga, forse sono soltanto contento per la fine della sofferenza, o per aver riacquistato la vista, ma sta di fatto che mi ritrovo a guardare verso il cielo in uno stato di estasi.

Una serie di spasmi a livello toracico e lombare mi fanno ripetutamente sobbalzare, come se qualcuno ogni tanto si divertisse a collegarmi ad un defibrillatore. La cosa per me è piuttosto normale; mi capita spesso di avvertire questi spasmi quando scarico fuori energia accumulata in eccesso, mi accade a volte durante una meditazione, dopo una forte emozione o dopo un orgasmo.

Quando mi rialzo in piedi per andare a bere un bicchiere d’acqua mi sento tipo Lazzaro resuscitato, il sorriso e la felicità si sono impressi dentro di me in maniera ancora più forte.

Conclusione

Ripartono i balli ed i canti e mi lascio coinvolgere nuovamente dall’energia, il corpo è cullato dalla presenza degli Orishà femminili, o perlomeno da ciò che io percepisco come tale.

Mi siedo per osservare con attenzione le danze.

In pista ci sono una ventina di magnifiche donne vestite di bianco e a piedi nudi. Danzano leggere e sensuali.

Sorridenti stanno manifestando davanti a me tutta la potenza e tutta la purezza del femminino sacro, che è il vero Graal, la fonte di vita di tutte le cose. Uno spettacolo che prima mi commuove e poi mi fa sorridere quando mi accorgo che, per la precisione, non si tratta di venti magnifiche donne, ma di venti magnifiche donne + Beppe.

Rimane ancora il tempo per il secondo giro di rapè, ed ormai è l’alba. I canti finali che ci vedono tenerci tutti per mano in un grande cerchio, sono dedicati anche a Gesù e a San Francesco i quali, presi al di fuori della sovrastruttura di potere costruita dalla chiesa cattolica, vengono riconosciuti e celebrati come profeti, come sciamani e come esseri divini.

Concludo quindi cantando gioiosamente il “Cantico delle Creature”, poi rimane solo da abbracciare uno ad uno tutti i compagni di questa avventura.

Cosa rimane

Tutto il cerimoniale si è svolto con una cura del dettaglio, una pulizia, un’eleganza, un decoro, un rispetto per ogni singolo partecipante e soprattutto un amore, tali da rendere perfettamente legittima la Sacralità dell’evento.

Mi sono svegliato alle 9, dopo solo un’ora e mezza di sonno mi sento riposato e sereno. Non mi ha fatto male. Non esiste un “doposbronza”.  Da anni lavoro sull’esplorazione di me stesso a tutti i livelli: fisico, spirituale, mentale, emozionale e psicologico, in questa esperienza posso assolutamente considerare dominante la componente spirituale.  Rientro a casa felice, portando con me qualcosa di bellissimo che non voglio dimenticare.

Quando due giorni dopo ho rivisto il figlio di nove anni, che ancora non sapeva nulla della mia cerimonia, lui , non so per quale ragione, ha cominciato a raccontarmi:

“ Sai che l’altra notte sono andato in sonnambula e mi sono risvegliato in soggiorno che ero seduto da un sacco di tempo in questa posizione”.

E si mette nella posizione del Loto.

La stessa nella quale sono stato per ore durante l’ Umbandaime…

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2 pensieri riguardo “La cerimonia dell’Umbandaime

  1. Fantastico articolo Andrea , alla mia prossima cerimonia farò tesoro di ciò che o letto , Grazie Unti abbraccio .Maria grazia

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