Aborto

Il momento della scelta si stava avvicinando sempre più ed arrivammo al giorno in cui non si poteva aspettare oltre.

Mi sono arreso.

Non ho rimpianti con me stesso perché penso di aver giocato tutte le mie carte, perfino quelle più meschine del tipo: “Ma come? Tu vuoi uccidere nostro figlio? Perché qui c’è nostro figlio” dicevo sfiorandole il ventre.

Non si decideva. Anzi decideva, ma il giorno dopo cambiava idea, e poi la cambiava ancora.

Una vita

L’amavo e lavoravo. Avremmo potuto mettere su casa e avremmo potuto farcela senza troppi sacrifici; il non volere il figlio lo interpretai infine come un: “Non voglio te”.

Così quel giorno, per non vederla più soffrire, le dissi pur non pensandolo: “Ma sì…alla fine hanno ragione i tuoi genitori, lo potremo avere più avanti”.

Andammo insieme in un ospedale di provincia, ad eseguire l’intervento.

Avevo già capito che era finita.

Le stetti vicino, rincuorandola e rassicurandola, al meglio delle mie possibilità.

Mentre lei abortiva me ne andai da solo in un bel ristorante del paese. Mangiai come ad un matrimonio e un po’ mi ubriacai.

Mentre mi trovavo a tavola, nella mia disperazione si aprì inaspettatamente uno spiraglio di luce; cominciai a pensare che la vita aveva deciso di non riservarmi questo percorso. Quello che io avevo immaginato lei invece non lo aveva previsto e di questo dovevo prenderne atto.

Accadde qualcosa di strano:

la disperazione venne, nel giro di pochi minuti, sostituita prima dalla serena rassegnazione, poi repentinamente da una punta di sollievo.

La punta, con il passare di altri minuti, diventò un’ondata; il tutto mi appariva come una liberazione, che mi portava verso una vita che altrimenti mai avrei potuto vivere.

Non avevo in mente quale potesse essere, ma la gioia derivava dal fatto che ero uscito dalla strada a senso unico, per ritrovarmi in una enorme piazza nella quale avrei potuto tentare qualsiasi percorso. Avevo perso qualcosa di grande, ma c’era qualcos’altro che avevo ritrovato. In due parole: la libertà di poter indirizzare la mia vita.

Ancora adesso, a distanza di quasi vent’anni, sospetto di dovermi vergognare di questo repentino voltafaccia della mia coscienza che quel giorno, in quel ristorante, mi travolse senza ostacoli. Non provo invece alcun rimorso, pur rimanendo della convinzione che se avessimo tenuto il bambino avremmo potuto vivere comunque una vita bellissima.

Credo semplicemente che, quando mi resi conto che il futuro immaginato si era completamente polverizzato, la vita stessa ha deciso gentilmente di donare alla mia anima motivi e forza per proseguire oltre.

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