Cambiare lavoro a 45 anni

Dopo 22 anni dedicati quasi interamente al settore delle telecomunicazioni, cambiare lavoro a 45 anni è stato un po’ come rinascere a nuova vita. Qualche anno fa ho mollato tutto per ripartire da zero dedicandomi a qualcosa di completamente diverso, in un ambito che non conoscevo per nulla e su un prodotto sul quale non era stato ancora costruito alcun tipo di mercato.  In queste scelte qualcuno ci vede incoscienza, altri coraggio, altri follia, qualcuno intuizione. In realtà poi non si riparte mai da zero, dagli anni passati hai comunque imparato tanto sulle persone, sulla comunicazione, sulla tua giusta modalità di relazione con il mondo del lavoro.

La decisione parte sempre da una “crisi”, una parola che fortunatamente non ha solo un’accezione negativa, ma è anche portatrice di opportunità e rinnovamento.

A volte durante il proprio percorso di vita, ci si trova al punto in cui si sente che quello che c’è non basta e finisci con il cominciare a porti qualche domanda.

Nel lavoro che facevo come agente nel settore delle telecomunicazioni mi sentivo arrivato a “fine carriera”, non c’erano possibilità di nuovi step. Mi sono immaginato come sarei stato tra dieci anni; ho pensato a come mi sarei sentito ad essere ancora in giro per aziende a far sottoscrivere contratti per le reti telefoniche o per servizi informatici. Non ci sarebbe stato niente di male dopotutto, tutto quello che ho avuto dalla vita dal punto di vista materiale, l’ho ricevuto attraverso questo lavoro,  tuttavia il pensiero mi metteva tristezza. 

– E’ questo che io sono? E’ questo ciò per cui verrò ricordato ? Una vita dedicata ai servizi di telecomunicazione, lavorando a fasi alterne per tutte le principali compagnie. Anni passati a dire che Wind è meglio di Telecom, poi che Vodafone è meglio di Wind ed infine che Telecom è meglio di Wind e di Vodafone. – 

Questo è ciò che percepivo del mio lavoro, questo è ciò a cui dedicavo ore delle mie giornate in cambio di denaro.

Altre domande poi arrivarono in successione:

Quale soddisfazione morale? Boh!

Che valore sto portando alla mia vita? Boh!

Che ho fatto per contribuire al miglioramento del mondo? Boh!

Nel fare questo lavoro quale evoluzione personale mi arriva? Boh!

Poi arrivò la domanda fondamentale:

“Mi diverto?”

La risposta era no.

In passato mi ero divertito con questa professione, soprattutto quando si trattava di un mercato emergente e nuovo, ma poi non più. Nel fare la stessa roba per vent’anni tutto sommato come puoi non romperti le palle ad un certo punto?  Poi giunsero domande successive, alle quali però, in questo caso, conoscevo le risposte.

Quale è lo scopo principale della vita? 

Risposta: essere felici.

Come si può essere veramente felici se si dedicano un sacco di ore del proprio tempo a fare cose che non si amano ?

Risposta: non si può.

Per bloccare questi pensieri la mente, che cercava il modo di evitare traumi da cambiamento mantendomi nella “zona di confort” , ripescava dall’inconscio la voce di mio padre che diceva:

 “Che ti credi di fare? Il lavoro è sacrificio! Chi ti credi di essere? La vita è dura!”

Andai avanti così per un po’ finché, come sempre accade, si arriva al punto in cui si deve compiere una scelta simile per certi versi a quella di una mano di poker:  o ci si accontenta per la paura di perdere, adattandosi allo status quo in nome del “quieto vivere”, oppure si mette sul tavolo la posta e dici “vedo”.

Non c’è una scelta giusta ed una sbagliata. Ognuno ha  piena dignità e legittimità nel fare la propria, nel mio caso, volendo sintetizzare, direi che quando la paura che tutto rimanga così com’è diventa superiore alla paura del cambiamento, allora inevitabilmente metti in moto il processo di trasformazione.

Trovare un “senso” al modo in cui impiego il mio tempo è ciò di cui avevo più bisogno. Se qualcosa ci sta causando ansia, paura, tristezza o semplicemente ci annoia, non vi è motivo di mantenere quel qualcosa nella nostra vita. Il nostro lavoro è una parte molto importante della vita e se non ci piace, le relazioni con le altre parti della nostra vita come le nostre famiglie ed il partner, ne soffriranno troppo.

Non potevo permettermi di essere infelice di quello che facevo, avrei dato un pessimo esempio ai figli; loro imparano qualcosa solo con l’esempio che gli dai, non con le parole.

Fu  così mi dedicai alle coltivazioni di bambù e ripresi a scrivere.

Un pensiero riguardo “Cambiare lavoro a 45 anni

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.