Cosa penso di Ferrara

Sono nato a Ferrara e vivo qui da sempre. Di posti ne ho girati abbastanza, dalle missioni africane a Manhattan, ed è naturale paragonare i luoghi in cui sono stato per un po’ alla mia città.

Fino a qualche anno fa ero abbastanza incazzato con il mondo e con me stesso e quindi, in mezzo a questo stato di rabbia e di insoddisfazione, ci è sempre finita dentro anche Ferrara. 

A chi mi chiedeva della mia città non ho mai mancato di raccontare tutto ciò che di negativo percepivo di essa e che posso brevemente riassumere in questa lista.

  • una delle province con il reddito pro capite più basso di tutto il nord Italia
  • una delle province con il petrolchimico, la centrale e l’ inceneritore vicino al centro e con uno più alti tassi di tumori di tutto il paese
  • una provincia la cui ricchezza è prevalentemente agricola, con una natura in gran parte diffidente, sospettosa, a volte anche un po’ pettegola ed ipocrita
  • una città dove, dal dopoguerra, i posti di lavoro venivano assegnati in base ad una certa “appartenenza”
  • una città con una mentalità provinciale, piuttosto ottusa e chiusa come le mura che la circondano

Un’ amica architetto una volta mi fece giusto notare che le grandi città cosmopolite sono quelle che hanno abbattuto le loro mura e si sono aperte “al mondo”.

Ferrara invece delle proprie mura ne fa un vanto, conservandole e restaurandole gelosamente con molta cura. Questo dice tutto. 

Con il passare del tempo, cambiando me stesso sono riuscito anche a cambiare la percezione che ho del posto in cui principalmente sto trascorrendo la mia vita. Ora ho cominciato ad apprezzare tutto ciò che di buono abbiamo nella nostra città: la vivibilità, le biciclette, l’architettura, e tutto il resto. Amo camminare da solo per le strade della città cercando qualche vicolo che non ho ancora percorso, per esplorare e per assaporare.

Ogni tanto mi sono detto che il motivo per cui sono sempre rimasto a Ferrara perché qui ho due figli ancora adolescenti a cui voglio stare vicino, ma forse in parte è un pretesto per auto-giustificarmi. 

Se sono ancora qui è perché l’ho voluto. Se sono ancora qui è perché quello che voglio realizzare nella mia vita deve esserne parte anche Ferrara.

Perfino i ferraresi non mi sono più così antipatici, forse perché non risulto più antipatico a me stesso.

Ho finito per farmi inspiegabilmente travolgere da uno spirito di appartenenza e da un certa bonarietà che un tempo non mi appartenevano. Accettiamo obiettivamente che siamo tendenzialmente stati sempre chiusi dentro le nostre mura e poco ricettivi all’evoluzione che arrivava dall’esterno. Che male c’è dopotutto?

Sì d’accordo, ci dobbiamo sempre lamentare di qualcosa di “esterno” a Ferrara. Adesso c’è la zona Gad, una volta c’era Krasnodar, prima ancora un’altra zona. Ora qualcuno pensa che il problema siano i nigeriani, prima erano i rumeni, prima ancora gli albanesi, prima ancora i meridionali che al tempo si chiamavano “terroni”. Però negli anni 70 in città si moriva di eroina ed erano i ferraresi a farla circolare.

Nel provincialismo c’è sempre la tendenza a non riconoscere i propri limiti e ad attribuire sempre tutto a fattori esterni. Come se invece tutto ciò che è “ferrarese” fosse sinonimo di rettitudine e di onestà. Tipo la nostra storica Ca.Ri.Fe ad esempio. Ogni tanto mi sono chiesto quante migliaia di furti e di rapine dovrebbero fare gli extracomunitari del GAD per eguagliare quello che la banca ha portato via a tanti cittadini.

Sto notando, negli ultimi anni, un cambio di energia nella città, voglia di movimento, tracce di una specie di risveglio; ma come ripeto forse sono soltanto io che sto vedendo le cose con uno spirito diverso da un tempo.

Oggi finalmente, pur riconoscendone i limiti, apprezzo appieno Ferrara e sono contento di esserne parte. Beh, meglio tardi che mai.