Il panetto

A meno di una settimana alla fine della vacanza, a Montezuma la nostra vita scorre tranquilla e beata. (Si fa per dire ovviamente dato che Rava a momenti l’altro ieri moriva…)

Il mio compare parte al mattino per una passeggiata sulla spiaggia, con l’intento di giungere fino ad una cascata naturale che sfocia sul mare a circa a sette chilometri da noi. Vi si reca in compagnia di Fabiana e di suo marito Maurizio, con loro c’è anche la sorella di Fabiana.

Morena è una scoppiatona-hippy di quasi cinquant’anni che vive in Costa Rica da un pezzo. Se fosse stata più giovane e più gnocca mi sarei fatto anch’io quattordici chilometri a piedi tra andata e ritorno nel tentativo di guadagnarmi un’avventura con lei, ma vista la tipa rinuncio all’istante.

Vado via tutto il giorno di Jacuzzi e lettura libro.

Nel tardo pomeriggio, dopo un riposino, ritrovo Rava e Maurizio alla vasca idromassaggio, appena tornati dalla passeggiata.

“Com’era la cascata?” chiedo io. “Guarda dentro lo zaino” dice Rava.

il vecchio Pablo Escobar, arrestato e sorridente

I due hanno dipinto sul volto uno strano ghigno di eccitazione: “Non hai idea di cosa ci è successo!” aggiungono.

Mi raccontano che, camminando sulla spiaggia al ritorno dalla cascata, hanno trovato uno di quei pacchi di coca da un chilo. Questi panetti vengano scaricati in mare dalle navi del contrabbando, quando si trovano a mal partito per un controllo della dogana o della guardia costiera locale, questa almeno era la storia che ci aveva raccontato il Griton, a Samara, al quale era capitata la stessa cosa l’anno precedente, aggiungendo poi che andando a vendere il panetto a San Josè, aveva guadagnato abbastanza da campare per due o tre anni.

“Guarda nel mio zaino!” dice ancora Rava, indicandomi l’Invicta al fianco del quale mi trovavo seduto. Trovo un pacco di carta marrone avvolto nel nastro adesivo azzurro. Il pacco è grande quasi come una cassetta per la posta e vi è stato aperto un buco in un angolino.

Dico di getto: “Ma sei deficiente?”.

I due se la ridono osservando la mia faccia. Rava dichiara che non mi devo preoccupare perché, quando ha raccolto il pacco, non c’era nessuno in vista.

Io non conosco la coca. L’avevo presa un paio di volte a vent’anni ma non l’ho mai ritenuta una cosa che facesse per me. Credo che il metabolismo del mio corpo corra troppo in fretta, io ho bisogno di rallentarlo e non di velocizzarlo.

“Come fate a sapere che è coca veramente?” chiedo loro.

“L’ha assaggiata Morena, lei dice di conoscerla bene” rispondono all’unisono Maurizio e Rava. “Beh allora ci credo”, rispondo io, aggiungendo: “Ma no Rava dai, tu sei matto… se qualcuno te la trova… pensa a come deve essere il carcere del Costa Rica”.

Rava: “Ma perché me la devono trovare?”.

Io: “ Ma perché non l’hai lasciata lì, che cazzo ci vuoi fare?

Rava: “Mah, non so… ci sto pensando”.

“In camera con noi non ci dorme!” dico, come se parlassi di un cane.

(Beh il resto sul libro…)

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