Lo zingaro

Da Pellestrina mi trasferirono in un paese di una zona del veneto, conosciuta per l’ospitalità offerta ai confinati di “cosa nostra”, che lì avevano creato quella che veniva chiamata la “mafia del Brenta”. Anche in questa caserma mi trovai molto bene, soprattutto perché qui riuscii davvero ad uscire con la figlia del comandante della stazione e a baciarla.

Afro raduno

Una delle serate più divertenti passate in questa località è stata quando, durante una normale attività di controllo, entrai in divisa con il mitra a tracolla in una discoteca dove si svolgeva un “afro raduno”. Ho sempre avuto un debole per la musica e per la cultura “afro”: a quattordici anni, quando andavano di moda le Timberland e le espadrillas,  io giravo invece con quei sandaletti sottilissimi in cuoio, quelli con un anello dove infilavi soltanto l’alluce, per identificarmi nello stereotipo del “pellone”.

Mi divertii molto nel vedere le facce che facevano le persone quando dentro il locale si trovavano di fronte un carabiniere in divisa, mi ricordo che entrai nei bagni e aprii la porta ad uno che stava pisciando e quando questo si girò e mi vide lì ebbe un sussulto che a momenti cascava nella turca.

Tutti stavano fumando canne ma io non andai a rompere le scatole a nessuno, forse perché anziché stare lì in divisa, avrei preferito essere uno di loro. 

Mettere la gente in cella

Come avrete ormai intuito, durante il servizio militare non sono mai riuscito a resistere molto tempo senza combinare una cazzata e anche qui l’occasione arrivò propizia quando andammo ad arrestare degli zingari che stavano rubando in un appartamento.

Arrestammo una signora che teneva in braccio una bimba piccola, di due o tre anni, che venne fatta accomodare in sala d’aspetto, e un ragazzino di circa tredici o quattordici anni che venne rinchiuso in camera di sicurezza: un ambiente piccolo e senza finestre dove nel portone c’è soltanto un piccolo pertugio diviso in quattro da una grata di ferro.

Quando portai una bottiglia d’acqua al ragazzino, provai pena e, per non lasciarlo nel buio completo, lasciai aperta la finestrella della grata. La porta non aveva una serratura con chiave, si chiudeva attraverso una sbarra di ferro che andava ad infilarsi in un anello, come quella delle cantine o delle celle frigorifere per intenderci. 

L’evasione

Quando dopo un’altra mezz’ora mi dissero di andare a controllare il prigioniero, trovai la porta aperta e la cella vuota; dello zingarello non vi era più traccia. Non sono mai riuscito a capire come lui sia riuscito a far uscire il braccio dalla grata fino a giungere a spostare il chiavistello, la cosa a me sembrava impossibile, eppure… Una seconda ipotesi è che in un momento di distrazione la madre, lasciata sempre in sala d’attesa, fosse riuscita ad andare ad aprirgli per poi tornarsene al suo posto. Non lo saprò mai. 

“Brigadiere, il prigioniero è scappato.” 

“Come è scappato?” 

“Eh si, non so come abbia fatto, io la porta l’avevo chiusa.” 

Il brigadiere andò fuori di testa, dovette chiamare il magistrato per spiegare l’accaduto implorando di poter rettificare il verbale di arresto da 3 a 2 persone. Nel frattempo ogni tanto proferiva frasi del tipo: “Qui finiamo tutti e due a Peschiera”, oppure gridava: “Questa  è la più grande vergogna della mia carriera”.

Due giorni dopo venni rispedito nuovamente a Pellestrina

A distanza di decenni mi rendo conto che in un qualche modo, inconsciamente, forse io volevo che quel ragazzino scappasse da quella cella buia. Mi sembrava orribile tenerlo rinchiuso, forse la porta la chiusi male apposta, ma in quel momento non lo capii. Mah! 

I racconti della sezione “La programmazione militare” sono parte del progetto editoriale Dodici.

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