SPURIA VIDA

L’ Angelo

Mancavano pochi giorni alla partenza ed mi sentivo in una fase di pieno rinnovamento delle cellule celebrali, come sempre accade dopo la fine di una storia importante o comunque in seguito ad un evento significativo. Decisi così di conoscere il mio angelo custode.

Il discorso era venuto fuori per la prima volta con Antonella e Nicola, una coppia di conoscenti che lavoravano con me. Mi raccontarono di esperienze mistiche vissute insieme, di contatti con il mondo invisibile e dissero che la loro vita era cambiata da quando avevano conosciuto i rispettivi cherubini.

Avendo i miei motivi per credere a queste cose, decisi così di affiancarli durante una loro esperienza, con l’intento di eguagliarne i risultati. Sapevo di non essere fatto di sola carne, ed ero consapevole di avere un’anima da qualche parte, probabilmente seppellita sotto una montagna di patetici valori materiali.

Uno spirito, un’entità astratta, un’energia invisibile: puoi chiamarla come vuoi, tanto sempre della stessa cosa si parla.

Ero consapevole che riuscire a percepire questa mia parte, di solito annientata dalla vita quotidiana, mi sarebbe risultato di grande beneficio, in particolar modo durante quel periodo di crisi.

Quella sera mi recai presso la loro abitazione e, messi i figli a letto, Antonella e Nicola cominciarono ad apparecchiare il tavolo di casa con tazzina e tabellone. Di quello che accadde ricordo poco, anche se voglio precisare che si era tutti assolutamente sobri. Credo che la parziale amnesia sia dovuta al fatto che la serata si concluse per me con un evento talmente forte da far scordare tutto il resto.

Come già avevo visto nelle sedute spiritiche, questo angelo si presentò spingendo la tazzina per comporre con le lettere del tabellone parole di risposta alle domande che stavamo ponendo.

Mi disse che era sempre con me, fin dalla nascita e sempre ci sarà.

Mi scrisse: “Sono sempre anch’ io ciò che sei tu” ed io sentivo che era davvero così.

L’ Angelo ero io stesso e contemporaneamente mi sentivo parte del tutto.

Mi disse che dovevo liberarmi da una campana di vetro, sotto la quale il mio inconscio viveva imprigionato per motivi legati a mia madre. Io capii subito di che cosa stava parlando.

Aggiunse che se io avessi voluto conoscere il suo nome, sarei dovuto stare attento ai segnali che avrei ricevuto nei giorni seguenti. Gli chiesi se, in occasione della mia imminente partenza, avrei potuto sperare di trovare delle risposte in Costa Rica.

“Dipende da te” compose con le lettere.

L’ultima cosa che mi disse l’angelo-tazzina fu: “Quando alla sera torni a casa non spaventarti per il gatto”.

Credo che questo me lo abbia detto per fugare ogni dubbio sull’autenticità di ciò che stava accadendo.

Mi accadeva infatti, rientrando la sera, di salire le scale esterne di corsa, a tre gradini alla volta. Un’abitudine questa, che mi porto dietro dall’infanzia e che non mi sono neanche mai sforzato di contrastare: le scale le faccio di corsa, non chiedetemi il perché. Nel buio della scala mi imbattevo a volte nel gatto nero dei vicini; il felino, spaventato dal mio arrivo impetuoso, a volte si tuffava giù dal terrazzino d’ingresso, ma più spesso decideva di scendere gli scalini a tutta velocità passandomi tra le gambe e facendomi sistematicamente prendere un colpo.

Questa faccenda del gatto, mai raccontata a nessuno in vita mia, l’Angelo la conosceva.

L’effetto fu per me dirompente. Il messaggio che mi arrivava era: “Ti ho dimostrato che sono sempre con te e condivido qualsiasi tuo pensiero e qualsiasi avvenimento. Lo vedi che io sono in te?”

In quel momento provai la più bella sensazione che si possa sperimentare nella vita terrena: la consapevolezza di non essere mai solo. Appagante come nient’altro.

Ero pervaso da una pacifica energia, mi sembrava di brillare, mi sentivo incredibilmente felice e leggero.

Tornai a casa con una grande fiducia nella vita e nel futuro. Dopo la fine della storia con Silvia mi sentivo rinascere, mentre visualizzavo nella mente le infinite possibili strade che avrei potuto percorrere da quel momento in poi. Dimenticai istantaneamente rancori e tristezze; per la prima volta dopo anni ringraziavo la natura per la mia esistenza terrena.

In preda a questa euforia, mentre salivo le scale di casa le mie gambe sembravano volare, quando un colpo al cuore m’inchiodò sul posto: tra i miei piedi era sfrecciato il gatto.

Ci racconta che quest’ultima, veramente un bel farfallone grosso, nel pomeriggio era atterrata sulla piastra rovente della cucina per poi finire al suolo priva di vita. Siamo lì in tre o quattro a guardare questa falena infilzata nel suo spillone, appesa in bella mostra alla parete, quando vediamo che, toccando le zampette, queste cominciano a muoversi. Inizio a scherzarci sopra con Brunetti, dandogli del carnefice nazista e dicendo che l’aveva crocefissa viva, con le zampette che intanto continuavano a muoversi più velocemente.

La seduta spiritica

La settimana seguente ero dunque in montagna da Starsky, nella taverna della villetta di una delle ragazzine del gruppo, fuori c’era un nubifragio.

Come unico motorizzato, avrei avuto più tardi l’impegno di riaccompagnare a casa un ragazzo che abitava a qualche chilometro di distanza.

“Facciamo una seduta spiritica” dissi ad un certo punto. “L’ho vista fare e vi faccio vedere come si prepara”. 

Al teppista non erano bastati tutti i disagi provocati alle famiglie degli altri ragazzini, voleva destabilizzare ancora una volta. Non era così in realtà, si trattava solo di curiosità mista al cazzeggio.

Qualcuno accolse l’idea con entusiasmo, altri titubavano parecchio, ma decisero di rimanere come osservatori. “Tanto si fa in quattro”, avevo sentenziato, “ed in quattro ci siamo”.

In quella serata un po’ amorfa avevo pescato il jolly: “Almeno ci facciamo quattro risate” avevo pensato tra me e me. Se ricordo esattamente eravamo: Starsky, Enrico, Federica, Elena, Sara, Ilaria, Stefano, un ragazzo mai visto ed io.

Di risate non ne facemmo quattro, ma quaranta. Scherzi, risolini, spinte alla tazzina, fantasma formaggino e via dicendo. Dopo un’ora di risate, al centesimo tentativo di incominciare seriamente, ad un certo punto rimanemmo tutti zitti. La frase che i quattro partecipanti dovevano ripetere a turno era: “Spirito, se ci sei vai sul “SI””. 

Con dei foglietti di carta avevamo creato un cerchio sul tavolo, composto dalle lettere dell’alfabeto e dai numeri, al centro altri due foglietti con il “SI” e con il “NO”.

Avevamo persino curato l’illuminazione, affidandola a sole due candele. Se devi fare una cazzata almeno falla bene, sennò che gusto c’è?

Dopo aver concluso, finalmente senza risate, un giro completo di quattro invocazioni, la tazzina si mosse di qualche millimetro. Anche questa volta, così com’era accaduto nelle novantanove precedenti, qualcuno disse a qualcun altro: “Dai, non spingere”.

Si andò avanti comunque, facendo finta che fosse vero anche se nessuno ci credeva, perché ormai di ridere ci eravamo stancati. I polpastrelli dei nostri indici sfioravano il bordo superiore della tazzina, capovolta su un tavolo di legno non troppo levigato.

“Spirito, qual è il tuo nome?”. La tazzina si mosse lentissima, portandosi prima su una lettera e poi sull’altra, componendo il nome “T I Z I A N A”.

Ci guardammo reciprocamente negli occhi.

Le espressioni dei nostri volti indicavano stupore e i sorrisi non sembravano solo di divertimento, ma contenevano anche un velo di tensione. Chissenefrega, andiamo avanti: “In che anno sei nata?”” dico, pensando che sarebbe stato scortese (qualora fosse stato vero) chiedere subito la data di morte… 

“1 6 3 8” risponde la tazzina. RISPONDE LA TAZZINA? 

Ma che cacchio sto dicendo? Le tazzine non rispondono, non parlano e soprattutto non si muovono da sole, pensai in quel momento.

Altro giro di sguardi con gli altri tre. L’espressione dei loro volti si poteva sintetizzare nella frase: “Se qualcuno sta scherzando e riesce a spingere la tazzina senza farlo capire, è ora che lo dica e che la smetta”. Nell’atmosfera si cominciò a percepire una punta di isteria. Quelli che non erano al tavolo sorridevano convinti di un nostro complotto, con l’aria del “non penserete mica che ci crediamo davvero?”.

Preciso che nessuno dei presenti aveva bevuto, fumato o niente del genere, praticamente eravamo ancora dei bambini. Ero l’unico che beveva ogni tanto qualche birra, ma quella sera non ne avevo toccata nemmeno una.

“Quanti anni avevi quando sei morta?” dice Starsky.

“3 4”.

Questa volta avevamo osservato in maniera scrupolosa i nostri polpastrelli e non si era capito chi spingeva. Sembrava che a farlo fosse ora uno ed ora l’altro, ma quando il sospettato staccava il dito la tazzina procedeva, seppure ancora più lentamente, con l’ausilio degli altri tre.

Era questo forse che faceva pensare, a chi guardava senza partecipare, che si trattasse di un nostro complotto, organizzato per prenderli tutti per il culo.

Io, sapendo che questo complotto non esisteva, andando per esclusione ritenevo Starsky l’unico possibile colpevole. Gli altri due partecipanti, per indole caratteriale, non avrebbero mai avuto l’idea e la capacità di combinare uno scherzo del genere.

A Starsky avevo quindi staccato il dito, ma il fenomeno proseguiva.

Cominciarono tutti a fare domande a raffica ed il pezzo di ceramica viaggiava avanti e indietro; io stavo facendo funzionare il cervello al massimo numero di giri, nel tentativo di dare una spiegazione razionale ad un fatto irrazionale, una cosa che non poteva esistere in natura.

“Adesso la frego io” pensai con mente da venditore.

“Spirito, in che anno sei morta?”.

“1 6 7 2” compone lei.

Resto ulteriormente esterrefatto: “Cazzo, ma come è possibile che uno di questi tre pistola abbia fatto così rapidamente il conto a mente, 1638+34=1672?”.

Fu allora che iniziarono a sorgere in me i primi dubbi sul fatto che al mondo non esista solo la sfera materiale e razionale, ma che ci siano anche misteriose energie, di cui ignoriamo l’esistenza.

Di queste cose ne avevo sentito parlare un sacco di volte, avendole ritenute fino a quel momento favole per bambini come l’uomo nero o Babbo Natale.

Non riuscendo a trovare la spiegazione razionale, mi accontentai di quella che ci si poteva avvicinare maggiormente, pensando: “Ci sono testi scientifici che trattano dell’enorme potenziale del cervello umano, da cui deriverebbero fenomeni come la telecinesi e roba del genere; vuoi vedere che con le nostre menti stiamo muovendo la tazzina senza accorgercene?”

Abbandonai il tavolo cedendo il posto, per riflettere in solitudine su queste cose. Ero stravolto.

Non guardavo neanche più cosa stava accadendo al tavolo: dovevo trovare la spiegazione di quel mistero, anche se per farlo avrei dovuto digerire l’idea di traslocare dalla sfera del “normale” a quella del “paranormale”.

Tornai al tavolo chiedendo di poter intervenire dall’esterno.

Dissi: “Spirito, puoi indovinare la parola che sto pensando?”.

La tazzina:“SI”.

“Allora prova adesso”.

“G A T T O” 

Era quella.

Un brivido mi inchiodò la schiena.

“Cazzo sono io…è il mio cervello, la tazzina compone la parola che io penso perché è la forza della mia mente a spingerla sulle lettere”.

Quando con la testa annuii e guardai le facce con cui gli altri mi stavano fissando, realizzai che ormai c’erano pochi dubbi sul fatto che questo stesse accadendo veramente.

“Prova ancora una volta!” dissi.

“A R M A D I O”.

Era quella.

“L’ho fatto ancora, ma allora è vero c’è un potere nascosto della mente” continuavo a pensare, senza proferire parola.

Mi allontano di nuovo dal tavolo per sedermi su una poltrona. Sentivo il rumore del mio cervello che friggeva in padella. Poi un’idea. Un esperimento che avrebbe tolto ogni dubbio su quanto stavo pensando: presi le carte da briscola e andai in un angolo della stanza…(continua sul libro) 

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